Imola mostra libertà negata
(Ufficio Stampa Comune Imola)

Sino a giovedì 3 febbraio sarà possibile visitare l’esposizione in orario 7.30-19

La Presidenza del Consiglio comunale propone, in occasione del 27 gennaio ‘Giorno della memoria’, l’esposizione della mostra, a pannelli, La libertà negata. Imolesi a Mauthausen promossa e realizzata dall’ANED (Associazione nazionale ex deportati politici) in collaborazione con l’ANPI ed i soci della COOP Alleanza 3.0.

Invito tutti gli imolesi a visitare questa mostra curata dal dott. Marco Orazi del Cidra. Purtroppo il tempo ha portato via molti dei sopravvissuti che anche a Imola subirono l’umiliazione delle deportazioni naziste nei campi della morte. Attraverso questi interessanti documenti fotografici abbiamo la possibilità di mantenere un legame con quelle donne e quegli uomini affinché il sacrificio della loro vita sia custodito nella coscienza di tutti gli imolesi” – dichiara Roberto Visani, presidente Consiglio comunale.

I pannelli, curati da Marco Orazi (Cidra) per la parte contenutistica e da Massimiliano Renzi per quella grafica, ci accompagnano nel doloroso percorso di un’esperienza così estrema. Dallo straniante impatto dell’arrivo nel KZ austriaco, alla vestizione e quarantena, fino alla routine del lavoro giornaliero di 12 ore, in una incessante discesa verso l’inferno. Trasportati in una babele di lingue, esposti quotidianamente alla violenza gratuita e al freddo in una promiscuità continua con la morte, non tutti ce l’hanno fatta. Soprattutto nell’ultimo periodo prima della liberazione, le aspettative di vita a Mauthausen erano di pochi mesi. Si moriva di sfinimento generale, di dissenteria, di broncopolmonite, di febbre tifoidea, per citarne le principali cause. L’infermeria, chiamata Revier, non era altro che l’anticamera della morte. Ai nazisti interessavano i prigionieri fintanto che potevano lavorare per far fronte alla produzione bellica del Terzo Reich; quando non lo potevano più fare perché inebetiti, diventati cioè dei “Muselmann”, venivano uccisi nei modi più vari, tra cui la camera a gas, o lasciati agonizzanti appunto in infermeria. Per l’Italia, la deportazione ha interessato un numero vastissimo di persone con destini, modalità di detenzione e di arresto molto eterogenei tra loro. Vi furono gli Internati Militari Italiani (circa 1200 nel Circondario Imolese), i lavoratori coatti (oltre 200), i deportati politici (31), di cui alcuni si fermarono fortunatamente a Bolzano (12).

Gli imolesi deportati a Mauthausen come prigionieri politici (triangolo rosso) furono 19 e arrivarono nel lager con due trasporti diversi: uno il 24 giugno del 1944 e l’altro l’11 gennaio 1945. Solo 8 di loro sopravvissero. I pannelli cercano di delineare le loro storie attraverso documenti inediti del campo, fotografie e testimonianze dei sopravvissuti.

Il fondamento della società nazista era la costruzione di una comunità popolare fondata su un duplice piano: su criteri di selezione razziale (vi potevano fare parte solo gli appartenenti alla cosiddetta razza ariana di ceppo germanico); su principi di discriminazione politica e sociale. I campi di concentramento e di sterminio furono il luogo fisico in cui questi processi confluirono. Nei KZ gestiti direttamente dalle SS, vennero rinchiusi, in numero di 1.700.000 (ne moriranno 1.200.000) prigionieri politici tedeschi, omosessuali e cosiddetti asociali, e ancora, dopo il decreto Notte e Nebbia del feldmaresciallo Keitel del dicembre 1941, gli oppositori deportati da tutta l’Europa occupata (esponenti dei movimenti della resistenza, ma anche operai che avevano scioperato contro gli occupanti, o membri di comunità accusate di avere dato sostegno alla lotta di resistenza; circa 24.000 furono i deportati dall’Italia).

In particolare il KZ di Mauthausen era l’unico campo che apparteneva alla “terza categoria” della classificazione del sistema concentrazionario nazista: ciò significa che per i prigionieri che venivano qui internati non era previsto il ritorno. I primi 300 deportati provenivano da Dachau e, come tutti i prigionieri della fase iniziale, erano oppositori politici, nemici delle Germania nazista da punire con il lavoro forzato, le torture, la malnutrizione e altri trattamenti disumani. I deportati che in seguito giunsero a Mauthausen appartenevano a diverse nazionalità: vi furono polacchi, ungheresi, spagnoli, sovietici, francesi, belgi, olandesi, italiani; vi furono anche numerosi ebrei, Rom e Sinti e “triangoli rosa”, ovvero prigionieri internati per il loro orientamento sessuale. Gli italiani furono più di 6mila e vennero destinati soprattutto ai terribili sottocampi di Gusen, ricordati come “il cimitero degli italiani”, per via dell’alto numero di nostri connazionali che persero la vita in questi luoghi.