Caregiver
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Il 63% dei bolognesi ritiene che le prossime generazioni avranno una qualità della vita peggiore rispetto a quella attuale

Una nuova ricerca di Changes Unipol, realizzata in collaborazione con Ipsos, tratteggia un quadro di pessimismo che grava sulla percezione del futuro dei bolognesi e, in particolare, sulla tenuta del sistema welfare del Paese: il 63% degli abitanti dell’area metropolitana ritiene infatti che le prossime generazioni avranno una qualità della vita peggiore rispetto a quella attuale. La preoccupazione resta quindi maggioritaria, pur risultando leggermente meno diffusa rispetto al 65% registrato a livello nazionale.

All’interno di questo quadro, Bologna esprime tuttavia una fiducia relativamente maggiore nella capacità dello Stato di garantire alcuni dei principali servizi di welfare. Il 46% degli abitanti del capoluogo emiliano ritiene che non sarà in grado di assicurare le pensioni nei prossimi dieci anni: una quota comunque significativa, ma la più bassa tra le città prese in esame. Alla base dell’incertezza c’è anzitutto una cattiva gestione delle risorse: l’elevato debito pubblico e gli sprechi sono indicati dal 47%. Seguono i continui cambiamenti delle leggi sulle pensioni, al 38% – il valore più alto tra le aree metropolitane –, il lavoro nero e l’evasione contributiva, al 31%.

L’incertezza si proietta anche sulle nuove generazioni: solo il 10% degli intervistati crede che il sistema pensionistico sarà in grado di garantire ai giovani di oggi un trattamento equo. Il 53% ritiene invece che non riuscirà a farlo. Anche in questo caso, Bologna registra la percentuale più bassa tra le città analizzate, nove punti sotto il dato della media nazionale del 62%.

Il mancato ricambio generazionale nel mondo del lavoro viene indicato come un altro elemento su cui intervenire. L’81% dei bolognesi ritiene, infatti, che le aziende dovrebbero facilitare il percorso di crescita professionale dei giovani, mentre l’82% pensa che le persone in età da pensione dovrebbero fare loro spazio nel mondo del lavoro. Più diffusa che nel resto del Paese è invece la fiducia nella disponibilità dei giovani stessi a rimboccarsi le maniche: il 57% crede che siano disposti a mettersi in gioco e a fare la gavetta per crescere professionalmente – il terzo valore più alto dopo Bari e Napoli e superiore al 52% nazionale.

La stessa fragilità economica che alimenta l’incertezza sulle pensioni è, secondo i bolognesi, anche il primo freno alla scelta di avere figli: le difficoltà economiche sono indicate come causa principale del calo della natalità dal 59% degli intervistati, uno dei valori più alti tra le aree metropolitane prese in esame dallo studio. Seguono la precarizzazione del lavoro, al 39%, e un generale senso di incertezza per il futuro, al 34%. Si delinea così un doppio impatto della precarietà lavorativa: frena la natalità oggi e, riducendo i contributi versati, mette a rischio le pensioni di domani.

Coerente con questa lettura è la risposta di chi immagina cosa potrebbe davvero far cambiare idea a una coppia in tema di natalità. Per l’82% degli abitanti del capoluogo emiliano sono determinanti sia una maggiore stabilità contrattuale e la sicurezza del posto di lavoro sia la disponibilità di servizi pubblici gratuiti o a costo ridotto, come asili nido e mense scolastiche. Seguono la maggiore flessibilità lavorativa, indicata dal 79%, i congedi parentali più lunghi e meglio retribuiti per entrambi i genitori, al 78%, e i contributi economici diretti dello Stato, al 77%.

La maggiore fiducia relativa espressa dai bolognesi non riguarda soltanto le pensioni, ma emerge anche rispetto ad altri servizi. Il 40% ritiene che lo Stato non riuscirà a garantire adeguatamente il servizio sanitario nazionale, il valore più basso riscontrato dallo studio. Il 49% esprime la stessa preoccupazione per il sostegno alle famiglie con figli tramite asili nido e assegni. La quota scende al 35% per il sistema di istruzione pubblica, il valore più basso a pari merito con Roma.

Se le pensioni e l’assistenza a lungo termine restano le grandi incognite del welfare di domani, c’è un fronte in cui il presente sta già mettendo alla prova le famiglie: il 34% degli abitanti dell’area metropolitana di Bologna ha oggi un familiare anziano, non autosufficiente o con disabilità che necessita di assistenza, contro il 28% registrato a livello nazionale. Il 25% degli intervistati dichiara che dell’assistenza si occupa direttamente l’intervistato o un suo familiare, una quota che colloca Bologna al secondo posto, a pari merito con Napoli, dopo Bari. Il 9% si avvale invece di un’altra persona o di una struttura specializzata. È la conferma che, mentre si guarda con preoccupazione al futuro del welfare, esiste già oggi una crisi silenziosa di cui le famiglie si fanno carico in prima persona.

L’attività di cura ha infatti un impatto negativo pesante sulla vita di chi svolge o ha svolto il ruolo di caregiver. Il 78% lamenta stress e problemi di salute psicofisica, il 74% vede compromesse le proprie relazioni sociali e il tempo libero e il 62% riscontra conseguenze sulla situazione economica e reddituale. Il 49% segnala inoltre ricadute sulla situazione lavorativa e sulla carriera.

Di fronte a un impatto così diffuso, la richiesta dei bolognesi è pragmatica: al primo posto tra le misure ritenute più utili per sostenere i caregiver c’è il sostegno economico diretto, indicato dal 47%, il valore più alto tra le città oggetto dello studio a pari merito con Roma. Seguono il potenziamento dell’assistenza domiciliare pubblica, al 36%, e le agevolazioni fiscali per le spese di assistenza e l’assunzione di badanti, al 29%. Il 28% indica inoltre il riconoscimento previdenziale degli anni dedicati alla cura – il secondo valore più alto dopo Firenze.